IL GIARDINO ALL’ITALIANA

Nel Rinascimento, lussuosi giardini vennero realizzati dai signori, non solo nei palazzi urbani ma anche nelle ville suburbane e di campagna. Il giardino divenne poi una delle più importanti espressioni dell’architettura cinquecentesca e in essa si esercitarono molti artisti.

A Poggio a Caiano (FI) e a Poggioreale (NA) la forma del castello medievale viene radicalmente cambiata: questo viene aperto all’aria e alla luce, traforato da finestre e da logge, messo in relazione con i giardini che lo circondano e con la campagna attorno. Le nuove ville sono rivolte all’esterno, aperte sul paesaggio piuttosto che all’interno sul cortile. L’uomo poteva così osservare liberamente gli stupendi paesaggi senza costrizioni di mura. Questo affermarsi della "sovranità della vista" corrisponde anche a un notevole mutamento nella decorazione delle ville: i pittori abbandonano la rappresentazione di imprese militari, per sfondare solide pareti con paesaggi illusionistici, volti a evocare poeticamente le forme della campagna.

Il "convivium religiosum" appartiene alla tradizione dei "dialoghi in villa" che gli scrittori rinascimentali imitavano da Cicerone, il quale a sua volta tentava di ricreare l’atmosfera delle conversazioni socratiche, nei suoi giardini come nei suoi dialoghi. Il rapporto istituito fra giardini e dialoghi ha a che fare con il pensiero umanistico.

Il giardino del chiostro con la sua struttura reticolare a quattro quadrati e la fontana al centro, accennava al Paradiso, al quale i monaci avrebbero avuto accesso grazie alla contemplazione. Nel Medioevo infatti la maggior parte dei giardini consisteva in uno spazio verde rigidamente separato dal mondo profano al di là delle mura. Nel giardino rinascimentale invece l’ordine cosmico è realizzato nel mondo fisico, nelle vedute, nei suoni, nei profumi e nelle strutture.

Due sono gli elementi particolarmente importanti nel giardino di questo periodo: il bosco e l’acqua.

Il bosco relativamente incolto, posto a fianco del giardino, provvedeva a un passaggio continuo fra il rigore delle aiuole e il paesaggio intatto alle sue spalle, oppure, gratificava chi passeggiava sotto gli alberi con la sorprendente apparizione di aree coltivate, riservate al pranzo o alla conversazione.

L’acqua, nelle aree più incolte del giardino, rappresenta la fecondità delle forze della natura cui il giardino dà forma. Viene spesso raffigurata da grotte, fontane, divinità fluviali…Gli stessi giochi d’acqua trasmettono una sensazione di potenzialità, una capacità di trasformazione, come accade, ad esempio, quando il mormorio dei ruscelli e dei canali diventa l’esuberante scroscio delle fontane.

 

IL GIARDINO PER PETRARCA E BOCCACCIO

Petrarca fu il primo appassionato cultore dei giardini dell’età moderna. Nel 1346 scrive la "Vita solitaria" nella quale contrappone lo stress della vita urbana (negotium) con la pace e la possibilità di meditazione e relax della vita di campagna (otium). Il legame tra i due oggetti del suo entusiasmo: i giardini umanistici e quelli dell’antichità, ci fa ricordare che l’Imitatio rinascimentale non si riduceva al solo copiare. L’arte dei giardini diventa lo spazio privilegiato per un tipo di imitazione che non mira a una riproduzione meccanica, ma allo sviluppo del proprio modello, in un processo di rielaborazione. Anche Boccaccio nel Decameron descrive un giardino murato, con vie ampissime, piene di piante e fiori che diffondevano il loro profumo per tutto il giardino, in mezzo c’era un prato di minutissima erba racchiuso da aranci e cedri. Nel mezzo di questo prato si trovava una fontana di marmo bianco con meravigliosi intagli. Quest’ultimo elemento è ricorrente nell’evoluzione degli spazi verdi medievali, spesso è identificata con la fonte dell’eterna giovinezza o della vita.

IL GIARDINO UMANISTICO

I successivi giardini umanistici continuarono a rendere omaggio al mondo classico, adornandosi di piante e statue. Le statue e i frammenti di rilievi che ornavano questi giardini, non erano tanto curiosità apprezzate per il loro passato, quanto piuttosto presenze nuovamente scoperte che con il loro splendore trasformavano i luoghi che li ospitavano in ginnasi e accademie. Vengono riviste le esperienze greco-romane, si riprende l’originale impostazione architettonica del giardino inteso come parte integrante dell’edificio dove le realizzazioni verdi diventano una sorta di edifici "virtuali", instaurando così un legame di armonia tra l’edificio e la natura circostante.

A differenza di quelli medievali e dei chiostri, il giardino degli umanisti del primo Quattrocento è uno spazio in evoluzione: è geometrico e a volte è ancora chiuso, sottolineando così la sua estraneità al mondo esterno. E’ un luogo di vita ideale ma che contiene degli elementi che proiettano sulla natura le nuove forme create dall’uomo. Questo giardino è caratterizzato da vialetti in ghiaia o lastricati che con le loro intersezioni creano piazzette e delimitano le aiuole. Tutto era curato nei minimi particolari e strutturato secondo una perfetta simmetria. Si tratta di un paesaggio artificioso in cui le siepi squadrate sono poste a far da muri e gli alberi, opportunamente torniti a far da colonne. Al centro troviamo ancora la fontana, magari sopraelevata sui gradini, questa aveva funzione ornamentale ed era indispensabile per l’irrigazione. Ovunque ci sono vasi di fiori e agrumi ed alberi come cipressi, cedri e ginepri fornivano al giardino un’ombra che oltre a far bene all’uomo era salutare ad altre piante come il mirto l’alloro e l’edera. Il "giardino all’italiana" vede una forte presenza della statuaria e dei suoi decori.

Tra i più bei "giardini all’italiana"si ricordano quello della Villa Medicea di Castello presso Firenze ed il giardino di Boboli di Palazzo Pitti a Firenze.

Fra Trecento e Quattrocento, il giardino di piacere si distingue sempre più da quello "dei semplici" dove si coltivavano le piante officinali.

Un importante contributo al diffondersi della tipologia della villa e dei giardini è dato da Leon Battista Alberti che a metà del xv sec. Nel "De Re Aedificatoria", scrive che per costruire una villa è preferibile scegliere una zona in mezzo alla campagna, ricca di acqua e sole. Il suo terreno dovrà attirare la gente ad abitarvi e donare a chi vi abita molti prodotti, un buon clima e un’ esistenza piacevole e agiata. Davanti alla villa si lascerà un vasto spazio da usare per le gare coi cocchi e con i cavalli. Ci saranno spazi per passeggiare, andare in carrozza e nuotare, superfici erbose e non erbose.

L’Alberti non è l’unico trattatista a occuparsi dei giardini, infatti intorno al 1464, il Filarete scrive la "Sforzinda", un trattato sulla città ideale, dove si trova la descrizione di un giardino in forma di labirinto e di un palazzo con due grandi terrazze dove il giardino continua ma pensile, con fontane e statue.Uno degli esempi migliori di giardino pensile è quello del Palazzo Ducale di Urbino attribuito a Francesco di Giorgio Martini.

IL GIARDINO DEL '500

Nel Cinquecento, con il diffondersi della cultura rinascimentale, il piccolo spazio verde si trasforma in un microcosmo dove la natura viene ricreata per essere dominata e ridotta a forme conosciute, tradendo così l'aspirazione a una realtà superiore e ideale. Il giardino umanistico si evolve creando un mondo di magnificenza che stupisce e ammalia. I rinnovati interessi alchemici, le novità botaniche importante dal Nuovo Mondo, il dibattito sul ruolo uomo-natura sono solo alcuni fonti di ispirazione per i nuovi scenari creati dall'ars topiaria, che permette di scolpire pareti e quinte verdi come in una scena di città. I giardini moreschi dell'Andalusia, l'Alhambra e il Generalife di Granata, costituiscono importanti riferimenti per i giochi d'acqua. L'acqua diviene l'elemento fondamentale dei giardini cinquecenteschi dove alimenta cannelle, fontane, cascate, automi, organi musicali, scherzi e naumachie. Grazie alla notevole evoluzione della scenografia teatrale, nasce un modo nuovo di percepire e quindi di modellare lo spazio. I temi sono quelli dell'Olimpo, dell'astrologia e delle allegorie. Le sculture in origine usate solo per le fontane, si moltiplicano divenendo pretesto per colte citazioni di divinità agresti, fluviali e marini: ninfe e satiri rappresentano così le forze della natura libere e selvagge. Ovunque cesti e ghirlande impersonano l'abbondanza dei doni della natura. L'isola, dimora di divinità satiri e ninfe, rifugio estremo e rivelazione diviene giardino nel giardino. Un luogo incantevole "in mezzo d'una bellissima peschiera" come scrive il Taegio in La Villa, "giace una si' molle delicata, et piacevole isoletta, copiosa d'aranzi, cedri, et limoni, et ripiena di diversi, et mansueti animali". Ma anche teatro di grandi scherzi come quello proposto dall'architetto Francesco Traballese in una lettera del 1587 al duca Guglielmo Gonzaga da realizzarsi in uno specchio d'acqua nel bosco della Fontana di Marmirolo: "un isoletta di legname con un ponte a guisa d'una zatta, dove si potrebbe andare a mangiare. Lo spazio verde acquista nuove valenze d'uso come quella di teatro di incontri amorosi: una piacevole scenografia dove gestire i propri sentimenti all'aria aperta. Le grotte divengono studioli-laboratorio dove inventare mondi sconosciuti come un raffinato gusto enciclopedico. Al mito dell'Eden si sostituisce quella dell'Arcadia, una sorta di paradiso secolarizzato con grotte, rovine e tempietti popolato da pastori che suonano il flauto, satire e ninfe il cui signore indiscusso è il dio Pan, riconoscibile dal piede caprino. L'Arcadia, è un mito classico inventato da Virgilio, e risorto nel rinascimento. La fauna è prede delle interminabili battute di caccia tanto amate dai nobili del tempo. Questi spazi, rappresentano i prodromi dei parchi romantici sette - ottocenteschi. La flora, diviene sempre più varia ed esotica: lillà, ibischi, tulipani le assenze più note. Il primo orto botanico d'Europa, venne fondato a Padova nel 1545 per volere del Senato della Serenissima Repubblica di Venezia, grande importatrice di piante dall'Oriente, nelle complesse aiuole vi erano disposte ben 1168 diverse essenze. Le essenze vennero catalogate assieme alle istruzioni per l'acclimatazione, ma soprattutto si moltiplicarono i consigli su come comporre vecchie e nuove specie nei giardini. Molti architetti si interessarono a queste nuove composizioni utilizzando il proprio estro per inventare forme sempre più grandiose e rappresentative.

 

IL GIARDINO NELLA II° META' DEL '500 

"SINGOLARE MUSEO DI MIRABILIA"

Contemporaneamente in Toscana tra il 1540 e il 1550 Niccolò di Raffaello dettò il Tribolo lavora per i Medici ai giardini di Castello e di Boboli preparando il terreno per le suggestive realizzazioni dell'Ammanati e soprattutto del Buontalenti. Tuttavia sarà grazie al suo progetto per il parco di Pratolino, realizzato per Francesco I de' Medici, che il Buontalenti diventerà famoso. Quindici anni di lavoro per realizzare un indiscusso monumento alla cultura manierista: "l'originalità di Pratolino" scrive Luigi Zangheri, che ne ha ricostruito meticolosamente la storia e l'aspetto, "fu appunto quella di essere un singolare museo di mirabilia, un vero e proprio studiolo all'aperto, un grande labirinto irregolare pulsante della vita di grotte e fontane". Un ambiente da fiaba privo di colpi d'occhio generali e che per le sue bizzarre meraviglie richiamò visitatori da tutta Europa. Sempre nella seconda metà del secolo in ambiente laziale vengono realizzati in rapida sequenza tre grandi giardini: quello di villa d'Este a Tivoli, di villa Lante a Bagnania e il Sacro Bosco di Bomarzo. I giardini di Tivoli e Bagnaia, opera di Pirro Logorio il primo e del Vignola il secondo, sono dominati dall'acqua, alimentano cascatelle, catene, vasche, fontane, cannelle e scherzi inseriti in un repertorio iconografico classico. A Bomarzo, la lineare prospettiva di questi spazi si deforma, le statue classiche si trasformano in mascheroni, si moltiplicano le grotte, le fontane assumono forme zoomorfe e lo spirito investigativo del primo Cinquecento diventa sorpresa e delirio. Nel Parco di Bomarzo, e nelle grotte medicee animali e personaggi nascono dalle spugne e dalle conchiglie senza soluzione di continuità, attraverso tormentate metamorfosi, sintomo di una tensione interiore che però, non di rado, sfocia in un gioco manierista non privo di autocompiacimento.