
6.30. La sveglia suona. Lei si “catapulta” in bagno, si fa una doccia veloce e poi corre a vestirsi.
Non fa mai in tempo a fare colazione, ma di alzarsi anche solo 10 minuti prima non ne ha per nulla voglia. Certo, finché continueranno a riempire di lavoro il suo borsone, non riuscirà mai a riposarsi completamente… Mi presento, sono un Windows Vista Basic, un computer portatile, maneggevole e ricco di nuove tecnologie. Sono provvisto di tutti i sistemi di scrittura, ho ben due memorie interne e riesco a supportare File di notevole peso e dimensione. Almeno, questo, è quello che scrivono nelle mie presentazioni… Sono molto consigliato soprattutto per quelle persone che utilizzano il computer come “contenitore” di lavori come documenti, lettere oppure bozze di libri da pubblicare o anche articoli di varie nature. Nel mio caso quasi solo ed esclusivamente, articoli. Articoli su articoli… (un giorno mi verrà la nausea ne sono sicuro).
A volte, mi sento quasi “svenire” al solo pensiero che la mia “lei”, da un giorno all’altro, debba fare ben 3 articoli per la sua redazione… non le danno mai neanche un attimo per respirare!
Adesso, sicuramente, vi starete chiedendo chi è questa misteriosa “lei”. Beh, lei è la protagonista di tutta la storia, l’unica donna che io amo e amerò per sempre: Criss. Criss è una donna di 25 anni, bella e intelligente: la natura è stata proprio gentile con lei! Con quei lunghi capelli dorati e quegli occhi azzurro ghiaccio, sarebbe capace di incantare chiunque, anche una macchina, proprio come è successo a me.
Come giornalista Criss, ha ricevuto moltissimi premi e apprezzamenti, per il suo modo di scrivere e di riuscire a utilizzare in maniera adeguata i toni e le espressioni più adatte ai diversi temi trattati. Proprio per questo, ora come non mai, il suo capo le richiede sempre più articoli da realizzare in tempi sempre più brevi. Povera Criss!
Non posso negare però, che questa cosa mi faccia anche un po’ piacere. Ogni giorno, infatti, io e la mia amata, trascorriamo moltissimo tempo insieme. La nostra giornata inizia, come per quasi tutti, di mattina quando Criss spegne la radio (che accende solo per ascoltare il suo oroscopo), si dirige verso di me, verso l’angolo che mi ha riservato accanto alla scrivania e con le sue dolci e piccole mani, mi ripone nella sua borsa. Il viaggio in macchina per raggiungere il suo ufficio è sempre molto movimentato, troppo delle volte. Dovete sapere che la mia Criss adora andare veloce e durante la stagione calda, le piace anche tirare giù il tettuccio della sua Cabriolet … Sono anche queste piacevolezze che mi fanno impazzire per lei…
Una volta arrivati, comunque, il lavoro che ci attende è a dir poco “snervante”. La scelta accurata del titolo, la scaletta, l’ortografia da controllare e altri mille particolari da non tralasciare, senza neanche la pausa per pranzare!
Ma sono questi i momenti più belli e intensi… in queste situazioni posso davvero dire di star bene. Mi sento felice. Mi sento felice perché posso esserle di aiuto, perché mi sento amato e apprezzato da lei, da quella magnifica creatura, che pare mi accarezzi sfiorando i tasti e mi medica con i suoi programmi fastidiosi contro i Virus… Ne avrete sicuramente sentito parlare dei Virus? Quante volte avrete sentito dire “ho mandato il mio computer a riparare perché ha un Virus”, ecco, a me non è mai capitato! Saranno ormai tre anni, che vivo con Criss, che passo del tempo con lei, e mai una volta mi è capitato di sentirmi “impallato”, stanco, intontito o danneggiato. E questo è tutto merito suo, ne sono certo!
Sono tutte queste attenzioni che mi da, che mi rendono così perfetto, ordinato, funzionante e oserei dire…vivo?
Dovete sapere che Criss,mi ha anche presentato a tutta la sua famiglia! Un giorno, durante le vacanze di Natale, ha deciso di andare a trovare i suoi genitori nella loro casa, dove nel pomeriggio, li avrebbero raggiunti fratello e cognata con la piccola nipotina. Una volta arrivati a casa dei suoi, Criss non ha esitato a mostrare a tutti le mie qualità e le mie doti… Le nostre produzioni hanno fatto “scalpore”, non abbiamo ricevuto che complimenti! Ad un certo punto,però, qualcosa ha modificato l’andamento di quella giornata. La piccola nipotina di Criss, Natalie, approfittando di un momento di distrazione della zia, mi si è avvicinata. Ho una tremenda paura dei bambini!
Con le loro manine, sono in grado di distruggere anche un computer efficiente come me! Vi immaginate cosa sarebbe successo se avessi perso tutti i nostri lavori? Per fortuna, prontamente Criss ha bloccato la bimba e l’ ha allontanata. Che gesto di affetto ha avuto nei mie confronti! Non lo dimenticherò mai.
Ora mi chiedo, perché le cose belle durano sempre troppo poco?
Non mi sarei mai aspettato che da un momento all’altro tutta la mia felicità e spensieratezza sarebbero potute finire. Finire così, senza troppe preoccupazioni, senza troppi problemi…
Erano, anche quel giorno, le 6.30 di mattina. Fuori, il vento portava via con sé tutte le foglie cadute dagli alberi. Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava, che da quel giorno avrebbe rappresentato uno spartiacque definitivo…
Uscita di casa ,infatti, Criss non si recò come al solito, a tutta velocità verso il suo ufficio; non mi aveva riposto, con la solita dolcezza, all’interno della sua borsa: era stata alquanto brusca e anche la sera prima era stata più aggressiva nel battere le ultime righe del suo articolo. Inizialmente, non riuscivo a capire cosa stesse accadendo, ma mi ci volle davvero poco…
Criss, si stava recando in un mega punto vendita, era nel parcheggio e non mi prese con se, avviò la chiusura automatica della Cabriolet ed entrò…
Rimasi ad aspettarla per un’ora, ma sembrava fosse trascorso un secolo! Provai a pensare positivo… Sicuramente era entrata per scegliere un nuovo mouse, poi girando, era rimasta colpita da un nuovo e potente software di protezione da potermi istallare e quindi, i 5 minuti giusti che dovevano trascorrere si erano trasformati in un’eternità, passata a cercare un meraviglioso regalo da potermi fare. Finalmente, poi, la vidi uscire. Non aveva nulla in mano, se non le chiavi dell’auto. “ Che strano” pensai, come poteva essere possibile? Tutto questo tempo e non aveva comprato proprio nulla?
Il tempo di pensarlo e fui subito smentito…
Notai infatti che dietro di lei, un uomo, (probabilmente un dipendente del centro), teneva stretta, fra le braccia, una grossa scatola. Mi sforzai e lessi “MacBook Pro”.
Mi sentì svenire. Tutti i miei circuiti, per un attimo, mi abbandonarono. Non volevo crederci, non poteva essere possibile, non doveva… Criss aprì il baule della macchina e con la sua soave voce chiese gentilmente all’uomo di riporvi il computer al suo interno. Trascorsi una giornata semplicemente orribile. Continuavo a pensare e a pensare, a quel rivale che si trovava nella macchina. Perché era lì? Perché Criss aveva comprato quel modello? Non riuscivo a concentrarmi, mi sentivo deluso e non capivo cosa potesse significare tutto ciò. Nell’arco di una giornata mi bloccai circa un milione di volte. La mia “testa”non c’era e Criss non poté non accorgersene. Finalmente poi, arrivarono le 19.00. Era ora di tornare a casa. Mi ci voleva proprio una bella dormita per cui decisi di non simulare, come al solito, lo spegnimento, (questa cosa mi serviva per fare compagnia 24 ore su 24 a Criss),ma proprio di lasciarmi cullare e trasportare verso il mondo dei sogni. Appunto, feci un sogno. Un sogno terribile. Inconsciamente andai a cercare le caratteristiche del MacBook Pro. Veloce, professionale, in grado di sopportare e gestire molte applicazioni contemporaneamente, con uno schermo ultrabrillante e il modello World più avanzato del momento. Criss era con lui nel mio sogno. Gli dava attenzioni e lo coccolava, ancor più di me. Mi svegliai. Ma era troppo tardi… Mac era già stato avviato, ed era lì, in tutto il suo splendore, in tutta la sua tecnologia e superbia. Mi guardava, ma non mi disse niente. Richiusi gli occhi e mi riaddormentai. Volete sapere come è andata a finire? Come vi starete sicuramente immaginando. Già, sono stato abbandonato. Criss, durante il mio momento di debolezza, mentre dormivo, mi ha portato via e sapete a chi mi ha regalato? Si, proprio a lei, alla sua nipotina. Ora sono qui, con questa bimba, stanco e malaticcio, a ricordare con tanta nostalgia quei bellissimi anni trascorsi insieme. Con te Criss, ho affrontato gioie e dolori, ti sono stata accanto quando pensavi di non farcela, quanto le forze ti mancavano e io ero lì, pronto a sorreggerti. Non voglio pensare mia amata Criss, a cosa stai facendo in questo momento. Voglio sforzarmi di credere che anche tu, come noi computer, abbia la capacità di “ibernarti” e che in questo momento la mia vera Criss, sia congelata e che nessun altro mai, potrà più viverti, come io ho avuto l’onore di fare.
Yvonne Tettamanzi
20 anni dalla caduta del Muro di Berlino:
interrogarsi augurandosi l’abbattimento di tutti i muri

Una barriera in cemento, alta circa 3 metri, nel 1961 ha diviso in due la città di Berlino, da Ovest a Est, un Muro, edificato con lo scopo di dividere due mondi con idee totalmente differenti. Una situazione, proseguita per ben 28 anni e che ha causato troppe morti inutili.
Finalmente però giunse il 9 Novembre 1989 e la Germania si riunì. La caduta del Muro di Berlino simboleggiò una vittoria contro tutti gli “scettici”; la costruzione di barriere a protezione dei propri ideali veniva frantumata.
Alcuni studenti di prima superiore del nostro Istituto, hanno avuto un incontro con la signora Giovanna Piccinini che, partendo dall’evento di riferimento inteso anche come simbolo della guerra fredda che vedeva le due potenze (USA e URRS) in continua tensione, ha ampliato il discorso riferendosi ai mille Muri della nostra società e di come essi favoriscano discriminazioni e rallentino l’integrazione sociale. Ma ancora oggi, molte sono le barriere che si possono identificare e molte quelle dimenticate o trascurate. Infatti i muri possono essere metaforici o materiali, tangibili… e persino banali come i muri di Pensiero, pregiudizi legati alle discriminazioni (per aspetto e religione), ai gusti e alle preferenze (musica o abbigliamento), alle differenze economiche(ceti sociali).
Il Muro segnava l’ostilità tra il blocco occidentale e quello orientale, la sua caduta ha assunto un profondo significato umano oltre che politico: quel giorno di due anni fa, oltre alla libertà di muoversi, i cittadini di Berlino e della Germania hanno potuto rivedere amici e persone care che non incontravano da troppo tempo.
Ma perché si creano barriere, muri?
Esemplificativi possono risultare una serie di racconti fra cui quello di Camilleri “L’uomo che aveva paura degli esseri umani” che ci suggerisce di come il muro in se’ possa assumere funzione di “protezione” che, se portata all’eccesso, induce il soggetto a rinchiudersi troppo in se’ facendogli perdere curiosità e interesse per la vita, inducendolo inoltre a sottrarsi al confronto con gli altri. A volte una persona, è in grado di convincersi del fatto che il “diverso è cattivo e pericoloso”, tanto da indurla anche a gesti estremi, come ci suggerisce un altro racconto intitolato “Il coltello che mi ha ucciso” sul quale ci è stato chiesto di riflettere particolarmente. Secondo noi, esso sta a indicare come un atteggiamento, un modo di porsi, violento, possa portare alla creazione di un “muro” e alla realizzazione anche, da parte di persone da cui non te lo aspetteresti mai, di pressioni psicologiche e fisiche.
L’ultimo racconto di cui si è discusso è “L’uomo che odiava il suo lavoro” dove il protagonista, una guardia di frontiera, avvistando un giorno degli immigrati che vogliono attraversare il confine pensa inizialmente di chiamare rinforzi per cacciarli ma, vedendo tra questi famiglie con bambini, decide di aiutarli e da quel giorno amerà il suo lavoro. La riflessione che ne consegue sta nel fatto che, solo quando la guardia decide di abbattere il confine che ha nella sua mente, riesce ad amare il suo lavoro perché gli permette di aiutare gli altri.
Per fortuna, ci sono state e dovranno continuare ad esserci ripensamenti da parte di colore che pur dovendo bloccare l’afflusso di persone considerino sempre gli altri esseri umani. Cosa che invece non è accaduta in epoca Nazifascista, quando migliaia di soldati si fecero condizionare e manipolare a tal punto da ritenere corretto e giusto imprigionare gli Ebrei e conseguentemente, eliminarli. Questo incontro, quindi, è servito per rendere partecipe la nostra generazione, lontana dai fatti evocati dal Muro di Berlino, ma profondamente “toccata” dall’esistenza di queste barriere, che andranno sempre ad aumentare se non si diffonderà la conoscenza, l’onestà intellettuale, la giustizia, la coscienza, l’autocritica: elementi base di un vivere etico. Bisogna perciò ricordarsi che i muri potranno essere distrutti solo a condizione che l’essere umano capisca il suo ruolo essenziale: convivere per progredire assieme.
Yvonne Tettamanzi
Cecilia Montaruli
Silvia Robbiani

Rovistando tra i cassetti inesplorati della mia mamma, l’altro giorno ho trovato una pila di lettere ingiallite. Vista la mia curiosità non ho aspettato un secondo e smaniosa di leggere ho tentato di decifrare la scrittura dei miei genitori. Erano senza ombra di dubbio lettere d’amore e la cosa mi ha piacevolmente sorpresa. Lettere D’Amore, sembra un’espressione così banale, così scontata, ma spesso si pensa che siano tutte “cuoricini e baci” quando possono nascondere in realtà molto di più. Sia che si tratti di una lettera d’amore, o di una lettera in generale, sono dell’idea che purtroppo scrivere stia diventando un modo di comunicare molto in disuso ormai, e che crescendo viene sempre più dimenticata. Forse quando ci si trova a scuola capita di scrivere una dedica sul diario del proprio vicino di banco, ma quanti ancora sono disposti a perdere il loro tempo su un pezzo di carta, quando ormai esiste il “guru” dell’ istantaneità: internet.
Non c’è dubbio, ne siamo affetti tutti, me compresa, dal fenomeno “Facebook” e quant’altro, ma questo allontanarci dal vecchio stile spesso non aiuta.
Scrivere ciò che non si riesce a dire penso sia uno dei modi più efficaci per far capire all’altro quello che realmente sentiamo dentro. Non è la stessa cosa se lo si fa tramite uno schermo con poche righe su una chat, in quanto si perde una parte fondamentale della comunicazione stessa, cioè la trasmissione di emozioni.
Tramite una lettera è molto più semplice notare prima particolari che su un monitor ci sfuggirebbero, come ad esempio il modo di scrivere, se alla persona che ci stava scrivendo tremava la mano, o se ci sono parole che sono state cancellate. Potrebbero sembrare stupidaggini, ma sono in realtà l’essenza delle lettere stesse e questo aiuta molto di più a capire quello che c’è nel cuore dell’altro. Le parole scritte su un computer sono fredde, non possono trasmettere molto e, anzi, spesso vengono male interpretate creando così una serie di equivoci che si preferirebbe di gran lunga evitare, mentre se su un foglio notiamo una parola calcata più volte, sapremo che forse aveva un significato particolare per chi l’ha scritta.
Altro fenomeno ormai diffusissimo tra i più giovani sono le “relazioni virtuali”. Circondati da forum, blog e siti che incitano alla conoscenza virtuale è capitato quasi a tutti di soffermarsi sul profilo di qualcuno che abbia catturato la nostra attenzione, solo che spesso non ci si limita a guardare e iniziano a nascere amicizie che col tempo diventano sempre più morbose tanto da essere definite “relazioni”. Non nego che il conoscersi in modo virtuale sia un male, ma definirle vere e proprie storie d’amicizia o d’amore appare alquanto esagerato se vengono portate avanti solo tramite chat e mezzi simili.
Apprezzo il fatto che esistano molti più modi di un tempo per mettersi in contatto, ma questo rincorrere la tecnologia spesso ci fa perdere di vista l’importanza delle piccole cose, dei piccoli gesti, come appunto una normalissima lettera. Prendere un foglio bianco, pensare a qualcuno e scrivere quello che sentiamo senza ripensamenti. Potrà anche apparire banale percepire il piacere della segretezza ma, ricevere qualcosa di autentico da qualcuno che non potrà essere letto da nessun altro e che il mondo intero non conoscerà mai tramite una pagina web, ci permetterà di scoprire e godere del pensiero che ci ha rivolto chi ci ha voluto scrivere.
Valentina Di Trani
Un 8 Marzo diverso: assistendo alla proiezione di un reportage sul corpo delle donne usato come “oggetto” per puri scopi pubblicitari.
La realtà odierna è molto particolare; tutto si basa sulla comunicazione visiva e sui linguaggi dei media.
Molti di noi trascorrono ore davanti alla televisione, “bevendo” passivamente tutto ciò che lo schermo offre loro.
Quasi la totalità dei programmi o delle pubblicità usano abbondantemente il corpo della donna per attirare il più possibile l’attenzione maschile.
Perché le donne devono subire questa ingiustizia?
Perché devono mettersi spesso in ridicolo per un briciolo di celebrità magari senza futuro?
E soprattutto perché le donne non fanno niente per ribellarsi?
Non è giusto che noi donne veniamo rappresentate in questo modo.
Fuori dalle mura delle nostre case c’è un mondo crudele che non accetta la minima debolezza da parte delle donne.
Un mondo che le vuole sempre perfette e impeccabili, sempre giovani e truccate: non ammette che il tempo lasci un segno sul loro viso.
Devono essere così perché è così che “vuole qualcuno” e senza criticità molte donne permettono che si faccia di loro quello che “altri vogliono”.
Spesso modifichiamo alcune parti del nostro corpo perché così come siamo non piace. Ma non è agli altri che dobbiamo piacere!
Dobbiamo prima di tutto piacere a noi stesse.
Non dobbiamo avere quasi paura a guardarci allo specchio.
Ogni persona dovrebbe mostrare il proprio “io” senza vergnogna, senza preoccuparsi di indossare una maschera che rende assolutamente tutte uguali e senza sfumature.
Le donne hanno lottato tantissimo per ottenere i diritti che le avrebbero rese uguali agli uomini.
E quando finalmente sono riuscite nel loro intento, cosa fanno?
Fanno i “salti mortali” per andare in trasmissioni televisive a mostrare di sé solo il corpo.
Suvvia, un po’ di dignità.
Non è giusto!
Eleonora Beretta

Sono i suoi ritmi che…
mi toccano, e mi sciolgo
in un modo non normale.
Sono le voci che…
mi chiamano, e vado
in un mondo distante dal reale.
Sono le sue melodie che…
mi attraggono, e mi stacco
dall’atmosfera attuale.
Sono le sue parole che…
parlano, e ascolto:
nella solitudine è una cosa eccezionale.
È la musica che…
se la fai entrare dentro
ti diventa un’amica leale.
Harshita Kasela

Di India mi manca tutto… la gente, i parenti e gli amici, la scuola, l’atmosfera, le strade, il traffico.. tutto! Perché vivere qui è una cosa del tutto diversa di ciò che ho vissuto degli anni passati nel mio paese.
Lì a scuola andavo bene ed ero molto felice con i miei amici e mi sentivo libera i parlare perché conoscevo il loro modo di pensare dei miei coetanei e sapevo di cosa parlare. Inoltre era la mia lingua quindi mi potevo esprimere molto bene. Ma adesso non avendo le parole nella mente e non conoscendo i compagni, per la maggior parte di tempo sto zitta e ascolto. Tutto quello che ho da dire mi rimane dentro e ne esce fuori solo un po’. Mi manca quella divisa che mettevo per andare a scuola; ogni mattina dovevo indossarla e non mi piaceva: adesso sogno di mettere quella divisa.
Mi manca l’assemblea della scuola che si faceva ogni mattina e che mi permetteva di vedere tutta la gente della scuola insieme. Dicevamo preghiere insieme, si ascoltava il discorso del preside che ci diceva anche le nuove notizie della scuola e, alla fine cantavamo l’inno nazionale dell’India. Ad un certo punto dell’anno scolastico, i miei professori di Yoga avevano aggiunto all’assemblea degli esercizi di riscaldamento della mente e del corpo e questa nuova esperienza è piaciuta a tutti.
Durante i giorni di festa delle diverse religioni gli studenti organizzavano un’assemblea speciale con dei balletti e delle storie rappresentate in forma teatrale, diventava una mattinata divertente e rinfrescante. Poi si tornava in classe e cominciavano le lezioni. Me prima delle lezioni ci venivano dati 15 minuti di libertà e si potevano fare i compiti, si poteva chiacchierare ma venivamo controllati dai rappresentanti di classe, quindi “niente casino” altrimenti ci veniva data una nota sul libretto dall’insegnante della lezione successiva.
I rappresentanti controllavano anche se avevamo le scarpe pulite, le unghie tagliate e se la divisa era in ordine; anche qui se qualcosa andava storto… una nota.
Tutte le lezioni non erano di 1 ora ma di 25-30 minuti così finiva molto prima una lezione e se la prof. arrivava in ritardo di 10 o 15 minuti per noi era già quasi finita la lezione, perché poi doveva fare l’appello a cinquanta studenti poi farli tacere. Ma questa situazione si incontrava molto raramente.
Noi nella classe, essendo in cinquanta, ci divertivamo moltissimo e i maschi erano sempre più del cinquanta percento e quindi facevano molta confusione. Io nelle classi ho incontrato delle persone con caratteri diversi e ho imparato ad adattarmi velocemente. Dimenticavo: c’erano due intervalli, il primo di 20 minuti e l’altro di dieci.
La struttura della scuola, in India, era molto diversa. Era divisa in: scuola materna (tre anni), poi si cambiava scuola e andavamo in una che durava dodici anni ed era divisa in scuola primaria (dal primo al quinto anno), scuola secondaria (dal sesto al nono anno) e infine la scuola superiore (dal decimo al dodicesimo anno). Uno studente del dodicesimo anno ha diciassette anni. Nel decimo anno dovevamo scegliere la materia da studiare per i tre anni rimanenti. Da qui dipendeva l’università da scegliere in futuro. Nel decimo e nel dodicesimo anno si dovevano fare gli esami a livello statale. In India il voto massimo per ogni materia era cento e poi la media si faceva in percentuale.
Il primo giorno che sono arrivata in Italia mi annoiavo molto non sapendo la lingua; per me era un altro mondo: tutti vestiti colorati, pochi studenti, le professoresse con i jeans (in India non era permesso alle insegnanti di mettere i jeans o le gonne, loro mettevano solo il ‘saree’ e un altro tipo di vestito- ‘salwaar kamiz’). E poi non vedevo l’ora che finisse la giornata ma per me non finiva mai. Non ero abituata a vedere una prof per un’ora ma poi c’era anche una lezione di due ore e rischiavo proprio di addormentarmi. Devo ammettere che è molto bello vedere che tutti si vestono in modi diversi e io mi diverto molto a vedere la scuola così, si riesce molto bene a distinguersi dagli altri.
Qui fortunatamente, il ritmo delle materie non è così pesante come lo era in India perché ci facevano fare dieci capitoli in un trimestre e poi c’erano le verifiche, ma in più c’erano gli esami per ogni trimestre e alla fine dell’anno dovevamo fare gli esami su tutto il programma dell’intero anno.
ed era pesantissimo perché per prepararci avevamo a disposizione solo due giorni e, qualche volta, per una materia “leggera” avevamo solo una giornata. Mentre qui mi piace perché posso studiare con più tranquillità.
L’Italia, secondo me, è molto bella e la gente è più bella rispetto agli altri Paesi europei che ho visitato. Ho sentito molto le differenze di mentalità tra me e la gente di questo continente ma in due anni mi sono abituata ed è bello vivere in questa parte di mondo.
Harshita Kasela
JE ME SOUVIENS..

Je me souviens quand j’etais encore une petit fille
et je ne savais rien…
Je me souviens de les temps quand je ne connaisais pas la
tristesse et la desespoir…
Je me souviens quand pour moi tout le monde autour
etais heureux…
Je me souviens quand aucun etais bruit ou beau, sympathique ou antipathique,
petit ou grand, riche ou pauvre pour moi…
Je me souviens quand je savais seulment les parts
beaux de ce monde…
Harshita Kasela
Ormai, volenti o nolenti, stiamo attraversando quella che può essere considerata la terza rivoluzione industriale (forse anche la quarta). I Social Network, il secolo di Internet, ora più che mai dobbiamo concentrarci sulla ricerca di un’energia, necessaria a favorire lo sviluppo del pianeta, ma che riesca a mantenere il più possibile protetto l’uomo e l’ambiente.
La tanto e discussa “Energia Nucleare” può essere la soluzione che stiamo cercando?
Il pensiero degli italiani si divide nettamente. C’è chi opta per il si, chi per il “forse”, chi è assolutamente contrario, chi invece neanche sa a cosa si riferisca.
Solo ponendoci davanti ai pro e i contro e alla realtà che ci circonda possiamo noi, dare un giudizio.
Dovremmo inoltre mettere da parte le questioni ideologiche legate alla nostra storia e cioè al vero scopo per cui il nucleare è nato, come progetto di distruzione e di morte, dobbiamo concentrarci sul vero rapporto tra benefici, paure e costi e considerare che viviamo in un paese a forte rischio sismico caratterizzato anche da un’alta densità abitativa rispetto alla normale media europea. Quindi, detto questo, se malauguratamente, un forte terremoto colpisse il nostro paese, causando dei gravi danni a una centrale nucleare, ci sarebbero molti più problemi a trasferire la popolazione che abita nel territorio e a bloccare la fuoriuscita di sostanze, altamente rischiose, presenti all’interno di ogni centrale nucleare.
Il caso di Chernobyl, è ciò che fa scattare, nella maggior parte degli italiani, la paura che una situazione simile possa capitare, anche se sappiamo che, le nostre tecnologie,rispetto al passato, sono cambiate e sicuramente migliorate e che, qualora si prendesse la decisione di costruire delle centrali nucleari, verrebbero utilizzati i più sofisticati metodi di sicurezza e di protezione.
Ma, il costo?
Inutile negare che le centrali di Energia Nucleare, richiedano, per la costruzione, un costo molto elevato. E’ vero anche però, che il nucleare non dipende dal petrolio e quindi è al riparo dai continui ricatti economici che i paesi produttori di petrolio impongono agli altri. Quindi, l’elettricità prodotta da una centrale nucleare è molto meno costosa ma per produrre l’energia attraverso il nucleare bisogna possedere delle centrali adatte e i dati che, fino
Adesso, sono stati raccolti da alcuni esperti ci mostrano perfettamente come il nostro paese non riuscirebbe a sopportare un futuro mantenimento di questi imponenti edifici.
Un altro problema che si è presentato, è lo smaltimento delle scorie radioattive. Molti, infatti, credono che queste scorie potrebbero essere pericolose per migliaia di anni, una volta entrate in circolo, ma altri, sostengono che esista un metodo per riciclarle e diminuire notevolmente il numero di quelle da smaltire, così come per le centrali. Infatti un’ipotesi che sembra essere plausibile è la costruzione di centrali posizionate in gallerie, che risolverebbe il problema dello smantellamento di una centrale non più adoperabile, (dato che basterebbe chiuderli i due estremi della galleria), il problema delle scorie, ma anche e sopratutto il problema della sicurezza.
Alla centrale Nucleare, viene però attribuito, un grande punto a favore: il carbone, è un esempio di combustibile che produce energia a basso costo, ma gli impianti alimentati da esso, provocano piogge acide, smog, malattie respiratorie e sono ritenuti i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. D’altra parte, le centrali nucleari, invece, rilasciano anidride carbonica in quantità decisamente minori e in un loro, presunto funzionamento globale, nel giro di poco tempo, (”poco”, rispetto alla grave situazione in cui ci troviamo), l’effetto serra potrebbe essere benissimo dimezzato e l’aria risulterebbe sicuramente più pulita rispetto a quella attuale.
A questo punto, l’ulteriore questione che si pone ha attinenza con il terrorismo in quanto in questi anni, la sicurezza nei singoli paesi, è diminuita, non certo aumentata. Sono tante le persone che rimangono sconcertate all’idea di lasciare, ai propri figli, un’energia, che nel passato è stata la tecnologia della guerra fredda e che,in questo momento, potrebbe diventare, una vera e propria arma, posta, “su un piatto d’argento”, per i terroristi.
Prendere una decisione, quindi, diventa molto difficile. Dobbiamo metterci nelle condizioni di capire che, le tecnologie, le risorse e le situazioni
sono molto diverse rispetto al 1987, quando la legge ha rinunciato al nucleare e che, le persone e gli individui che compiono atti di terrorismo, esistono, ma non per questo possono e devono intralciarci,nell’intento di migliorare e trovare una soluzione per proteggere noi e il nostro pianeta. Quindi, non ci si può permettere di prendere decisioni affrettate, solo per unirci alla “massa” e ancora più importante, bisogna assolutamente divulgare le notizie e le informazioni, facendo si che tutti i cittadini siano a conoscenza di ogni singolo provvedimento, decisione o anche perplessità. E’ infatti, fondamentale ricordare che, la nostra vita e quella delle future generazioni è nelle nostre mani e il quesito è “Vogliamo garantirci e lasciare in eredità una vita migliore?” Dato che il paese, il mondo, è composto da individui del popolo, oltre che dai “poteri di turno”.
Yvonne Tettamanzi


Poco lontano dalla casa di Nicole si poteva scorgere un giardino. Ogni pomeriggio, sin da quando era piccola, sporgendosi dalla finestra riusciva a vedere ragazzi e ragazze avvicinarsi al grande cancello nero. A volte alcuni tenevano un fiore in mano, altre volte un pezzo di carta con su scritto qualcosa.
Tutte le volte che chiedeva ai suoi genitori di accompagnarla in quel giardino le rispondevano che non era affar loro andar lì, che se solo vi si fossero avvicinati avrebbero dimenticato cosa fosse la felicità.
Spaventata all’idea di perdere tutto ciò che potesse renderla una bambina serena, Nicole smise di chiedere del Giardino e per cinque lunghi anni non si affacciò più alla finestra in direzione del parco.
Capitò un pomeriggio di maggio che la bambina ormai diventata sedicenne incontrò un ragazzo, a suo parere il più bello mai visto. Presa dall’entusiasmo lo raccontò alle amiche. Prima di allora il suo cuore non aveva mai incontrato il battito di qualcun altro.
<< Questa è la prima volta? >> chiesero incredule le amiche.
Nicole imbarazzata abbassò lo sguardo e voltatasi vide gli occhi del ragazzo incontrare i suoi. Non poteva credere che fosse così vicino a lei. Invece di ricambiare un sorriso prese le sue cose e in tutta fretta si avviò verso casa.
Ai suoi genitori, a cui aveva sempre detto tutto, non raccontò nulla. Passò molti pomeriggi chiusa in camera a pensare a come sarebbe stato bello poterlo conoscere e rivelare a lui il suo cuore, rimasto così paralizzato per tanto tempo. Non immaginava nemmeno cosa volesse dire dare sé stessa per qualcun altro, ma lo scoprì presto, e scoprì anche le delusioni che ne conseguono.
Passarono due settimane, non cambiò nulla, solo e sempre i soliti sguardi sfuggenti. Un sabato pomeriggio lontano dalla scuola e da tutti le arrivò una telefonata. Dall’altra parte del telefono la sua migliore amica Katy non riusciva a trattenere le lacrime. Le parlò di un ragazzo, di come l’avesse fatta soffrire ora che era finita. Nicole non sapeva come rispondere. Nessun consiglio, nessuna frase di conforto, lei quelle situazioni non le aveva mai vissute. Katy le chiese di uscire, l’avrebbe portata in un posto.
<< Il “Giardino dei Cuori Infranti”? >>
<< E’ qui che si viene quando si ha il cuore spezzato >>.
” Allora è per questo che i miei genitori non mi ci hanno mai voluta portare ” si disse.
Nicole ammirava incantata l’imponente cancello nero a forma di cuore.
<< Qui viene chi sta soffrendo per amore, e lascia il suo cuore per qualcuno >>
<< E quei fiori, quelle lettere? >>
<< Sono i pensieri che si lasciano per l’amore finito, in molti versano anche una lacrima >>
<< Ma è orribile >> esclamò Nicole spaventata.
<< No, è l’amore >> rispose l’amica con un sorriso amaro.
Nicole tornò ad affacciarsi alla finestra per guardare i ragazzi entrare ed uscire dal Giardino. Se quello era l’amore, lei avrebbe preferito rimanere così, com’era sempre stata, senza niente nel cuore.
Fu proprio quando se ne convinse che distrattamente, camminando verso la scuola, incontrò lui che le aveva fatto provare quelle sensazioni così nuove e pure. Erano emozioni impossibili da evitare, le entrarono dentro come una scarica elettrica e le fecero brillare gli occhi.
Provare a trattenerle fu inutile, voleva avvicinarsi a lui, parlargli, sentire il suo profumo… E tutto questo accadde. Nicole si innamorò, lui si innamorò di lei.
L’incubo del Giardino sembrò sparire, e lei si convinse della forza che poteva dare l’amore, che non potesse esistere niente di meglio… Niente di meglio finché passati dei mesi iniziarono a caderle delle lacrime lungo le guance. Successe anche a lei, e dovette lasciare il suo pezzo di cuore in quel maledetto posto.
La vita sembrò un incubo, niente poteva
risollevarle il morale, niente riusciva a ridarle il sorriso e per questo i suoi genitori la rimproverarono di essersi avvicinata lì, ma fu impossibile evitarlo, quando si soffre per amore si finisce nel Giardino dei Cuori Infranti.
Accadde una sera di un anno più tardi. Nicole ancora non riusciva a dimenticare ciò che aveva passato e intenzionata a lasciare un fiore sul suo cuore si recò verso il Giardino. Una volta lì, spinse il cancello, ma non si aprì. Provò di nuovo, ma non accadde nulla. Si voltò per capire cosa stesse succedendo e vide il braccio di un ragazzo trattenere l’entrata.
<< Che stai facendo? >>
<< Non hai bisogno di entrare >>
<< Il mio cuore è lì, devo lasciargli qualcosa >>
<< Non hai bisogno di entrare >> ripeté lui.
<< E chi te lo dice? >>
<< L’amore >>
<< Io non ci credo più nell’amore, fa solamente soffrire, così me ne starò sola, col mio cuore infranto >>
<< L’amore sei tu, è in ogni parte del tuo essere, non può finire >>.
Nicole si sentì stringere il cuore. L’amore era lei? Cosa voleva dire?
<< Ogni volta che entri qui, ogni volta che versi una lacrima in questo posto è solo un’occasione che stai perdendo. Puoi essere felice, ancora e ancora e ancora… >>.
Nicole sentì una lacrima caderle sulla guancia, ma questa volta non erano di dolore per il cuore spezzato, era qualcosa di piacevole che le ridiede il calore perso. Guardò nel giardino, di notte totalmente buio e spento, poi guardò gli occhi del ragazzo e lasciò il fiore che teneva tra le mani cadere.
Mormorò un “grazie” e mantenendo lo sguardo basso accennò un sorriso.
Senza dire altro si allontanò e riprese la strada verso casa, rivolgendo un ultimo sguardo verso il ragazzo che come lei si era voltato e camminava nella direzione opposta.
Il Giardino dei Cuori Infranti sparì dai suoi pensieri, al suo posto nacque la speranza nel suo cuore, di incontrare un anima bella quanto la sua.
Valentina Di Trani
Mina era una nostra amica, una di noi.
Quando, quattro anni fa, ci ritrovammo nella prima classe di un liceo di Milano, lei si contraddistingueva per un velo sul capo, un velo rosa, delicato nel colore, femminile come quell’usanza che tende ad occultare il fascino che risiede nella chioma di una fanciulla.
Due parole, qualche risata, lei si sentiva più italiana di molti di noi.
Poi, però, una dura realtà è venuta alla luce: si sono iniziati a vedere lividi sulle braccia, segni di percosse in famiglia: perché? Per cosa?
Per aver parlato con un ragazzo, per aver cercato di essere una ragazza nella norma, oltre e nonostante quel velo.
Percosse che non si esaurivano, sinché ….. Mina viene allontanata dalla sua famiglia e accolta in una comunità.
Qui ha inizio una nuova vita: Mina si toglie il velo, come forse aveva sempre desiderato, non per negare le sue origini o la religione dei suoi avi, né per recare offesa alla sua famiglia, ma per avere il piacere di vedere la sua chioma corvina; inizia ad uscire con gli amici per sentirsi più vicina ai suoi coetanei e fuma anche qualche sigaretta perché vuole provarne il sapore.
Torna a scuola bella come non mai: sorridente e serena.
Fino a che, un giorno, chissà perché, chissà per quale ragione, lei accetta di rientrare in famiglia. Vuole tornare da sua madre, di cui ha molta stima nonostante le percosse ricevute, vuole dare ai suoi e a se stessa un’ulteriore opportunità: del resto quella è la sua famiglia.
Non sa però che sta imboccando una strada senza uscita.
La madre le dice che il nonno sta male, ha bisogno di aiuto e che devono andare in Egitto.
Lei accetta e partono…..ma giunti in quel territorio colmo di antica cultura….viene pugnalata alle spalle: la madre le porta via i documenti, bloccandola inesorabilmente senza possibilità di tornare in Italia.
Le mancavano pochi mesi per essere libera, per acquisire la cittadinanza italiana…..e invece…..
Dall’Egitto arrivano, su qualche cellulare amico, messaggi strazianti, che spezzano il cuore.
Inutili gli sforzi per giungere a capo di qualcosa; la comunità e gli avvocati scuotono la testa: Mina non è cittadina italiana, non c’è nulla che si possa fare!
Ma noi, i suoi compagni, i suoi amici, noi non ci arrendiamo, la rivogliamo. Rivogliamo Mina bella come l’abbiamo conosciuta. E soprattutto la rivogliamo libera.
Marta Baraldi
(e tutti coloro che vogliono libera Mina)