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Arte

Linea 16 > S.Maria presso S.Satiro

Un gioco prospettico di bellezza indicibile

Fu Galeazzo Maria Sforza a chiamare Donato Bramante e a commissionargli la costruzione della seconda chiesa per custodire l'immagine della Vergine. Diversamente da quanto accadeva al tempo di Serviliano Latuada, ora si accede comodamente alla chiesa di S. Maria presso S. Satiro dalla spaziosa via Torino che si dirama dalla piazza del Duomo di Milano. I lavori si svolsero tra il 1476 e il 1482, e in seguito a recenti documenti ritrovati, non è detto che l'estro creativo architettonico sia da attribuirsi unicamente al Bramante, che probabilmente ebbe solo un ruolo minore rispetto all'architetto Giovanni Antonio Amadeo. Dal portale centrale si ha l’impressione di trovarsi in un’aula allungata da una profonda abside: è l’effetto della "prospettiva bramantesca", ideata per oggettiva mancanza di spazio dovuta alla presenza della medioevale via Falcone che delimita la zona presbiteriale dell’edificio. Ai due lati dell’aula, coperta da volte a botte, stanno le navatelle laterali che continuano, quasi formando ininterrotti corridoi sui lati dei transetti. L’interno si presenta decorato in oro e azzurro, con fasce continue sulla zona alta della navata centrale con un motivo classicheggiante di sfingi che reggono un clipeo con testina, analoghe alla decorazione del battistero; una decorazione più lineare in cotto corre invece sulla sommità delle navatelle.
La planimetria della chiesa fu condizionata dal luogo in cui sorge e da una serie di vincoli fisici: Oltre alla necessità di inglobare nella nuova struttura la Cappella della Pietà, risalente all'epoca della fondazione e insieme al campanile unica parte superstite della struttura anteriore, Bramante dovette risolvere l'arduo problema rappresentato dall'esistenza di Via Falcone che aderisce al transetto, limitandolo come una vera barriera . Il muro piatto del presbiterio impediva infatti di costruire l'abside. Da questo impedimento Bramante è riuscito a trarre un capolavoro inaspettato, ideando l'artificio di un illusionismo prospettico che fornisse appunto l'illusione ottica di maggiori dimensioni e una maggiore profondità. Solo in prossimità dell'altare ci si accorge che l'abside in realtà è profonda solo un metro.
Non avendo grandi spazi a disposizione, Bramante organizzò la chiesa come una grande finzione prospettica, simulando vaste proporzioni attraverso la volta a botte della navata, l'illusione del transetto a tre navate, e soprattutto il complesso formato dalla cupola a cassettoni e dal finto presbiterio, sottile struttura in stucco e affresco che simula un profondo coro, ecco un gioco prospettico di bellezza indicibile.

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